Storie Pellegrine

 

 

La neve e la fiamma (san Rufo e fra’ Felice)

Era una notte di dicembre dell’anno 1260.  Moncalieri era coperta da oltre un metro di neve. Nel salone della locanda  dei Traghettatori, una comitiva composta da soli uomini stava divorando carne di cervo  e scolando grandi quantità di vino. Erano armigeri, Templari, canonici e mercanti di passaggio. Solitario e cupo in un angolo, fra’ Felice da Alfano rosicchiava un pezzo di pane nero e mormorava: “Maledetti golosi, morirete tutti tra le fiamme!”.

Improvvisamente si spalancò la porta ed apparve un uomo dalla corporatura imponente. Era quasi completamente coperto da neve e fango. Aveva barba e capelli lunghi ed era avvolto in una  pelle d’orso. Teneva in mano un poderoso bordone ferrato, che portava i segni di lotte furiose con lupi e briganti.  Sul cappello oramai del tutto informe era cucita una conchiglia, segno inequivocabile del suo status di Pellegrino Compostellano.

Per quanto alticci e con le idee un poco annebbiate, tutti i presenti smisero di bere e gli fecero posto con rispetto. L’oste gli si inginocchiò davanti dicendo: “Che cosa posso fare per te, santo figlio dell’apostolo Giacomo?” “Certamente non voglio  partecipare ad un festino di ubriachi!  Questa mattina il priore del convento di Sant’Antonio di  Ranverso mi ha detto che qui si trova del buon pesce di fiume”
“Come hai fatto ad arrivare in un solo giorno da Ranverso a  qui, nonostante la neve ed il gelo?” esclamò l’oste sorpreso.
“Sono in viaggio da due anni ed ho coperto grandi distanze con ogni tipo di tempo. Comunque ho abbreviato il percorso attraversando la palude dei Mareschi  sulla cuora gelata”.

Mentre un garzone cercava di togliere un poco di fango di dosso al nuovo arrivato, l’oste iniziò ad arrostire due dozzine di piccoli pesci prelevati da un paniere.
“Che buon profumo! Il santo apostolo ti renderà merito per  questa generosa accoglienza. Desidero comunque mangiare in cucina e non tra questi gaudenti” disse il pellegrino.
Dal suo angolo fra’ Felice annuì sogghignando e mormorò: “Maledetti viziosi, morirete tutti tra le fiamme!”.

La cucina era piccola, bassa ed annerita dal fumo; un grande camino la occupava quasi completamente e dal soffitto pendevano  carni affumicate e molti  contenitori in vimini.  Il pellegrino cominciò a mangiare i pesci arrostiti, seduto su un mucchio di legna. Nonostante il povero cibo e gli abiti a brandelli, il suo portamento incuteva rispetto. Chissà forse era un cavaliere o magari  un principe!

Cedendo alle insistenze dei garzoni, il pellegrino iniziò a raccontare il suo lungo viaggio. Man mano che parlava gli avventori della locanda lasciavano i tavoli per stiparsi nella piccola cucina e così ascoltarlo.

“Mi chiamo Rufo e partii quasi due anni fa da Amalfi. Il mio è un pellegrinaggio per procura, nel senso che la nobile Santa di Puglia, mia signora, volendo dimostrare la propria riconoscenza per la redenzione di un suo figlio scapestrato, mi ha comandato di visitare tutti i principali santuari d’Europa”

“Sono stato a Roma, ho camminato lungo la via Romea ed  attraversato le Alpi, ho percorso tutta la terra dei Franchi, per poi scendere nel regno delle Asturie fino alla tomba dell’apostolo Giacomo. Mi sono anche addentrato nei territori occupati dai seguaci di Maometto.

Durante il viaggio di ritorno, ho superato le Alpi con grandissima difficoltà; mi sono ammalato ma sono stato amorevolmente curato dai Benedettini della Novalesa.
Ora mi recherò a Genova per imbarcarmi alla volta della  mia terra, dove potrò finalmente riposare.”  Tutti i presenti gli baciarono mani e piedi; qualcuno furtivamente strappò qualche pelo dal mantello per conservarlo come reliquia.
Nella sala da pranzo era rimasto solitario nel suo angolo fra’ Felice, che borbottando ripeteva: “Maledetti pellegrini, morirete tutti tra le fiamme!”.

Rufo non terminò il viaggio, perché morì  sul passo della Bocchetta ad un giorno di cammino da Genova. Qualcuno sostiene che nel giorno di Natale  il suo bordone fiorì miracolosamente, per farne ritrovare il corpo sepolto dalla neve. Tuttora la sua tomba è visitata da migliaia di pellegrini
Fra’ Felice da Alfano fu bruciato vivo su un rogo nel maggio del 1261. La sentenza fu eseguita poco fuori dal centro abitato di Testona, sulla strada per Trofarello.

Giuseppe Crapanzano

 
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