| Lungo il cammino Portoghese 2008 |
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Camminare in cinque per cinque giorni verso Santiago
Maria Cristina di Torino e Vincenzo di Lucca sono dei grandi viaggiatori, veri cittadini del mondo.
Questa volta hanno deciso di unirsi a tre Testonesi per percorrere nel mese di febbraio 2008 le ultime cinque tappe del Cammino Portoghese.
Testona, nebbioso sobborgo di Moncalieri in provincia di Torino, vanta una storia lunga e gloriosa. Dapprima insediamento celtico, poi castrum romano, in seguito importante villaggio longobardo e, raggiungendo il culmine dei propri fasti, libero comune all’epoca della Lega Lombarda. Qui si spense la luce su Testona, anzi la spensero le maggiori tra le città vicine, che a forza di schiaffoni e legnate (non vi fu comunque una vera battaglia come qualcuno sostiene) costrinsero i Testonesi a rifugiarsi in cima ad un vicino colle ed a fondare Moncalieri. La rinascita ed il ripopolamento della borgata coincide con lo sviluppo dell’area metropolitana torinese. Prima della partenza ognuno si allena come e dove può. I Testonesi, naturalmente, tra le loro nebbie.
Maria Cristina in bassa Val di Susa.
Vincenzo in Toscana.
Il viaggio, organizzato nei minimi particolari da Giuseppe (ex funzionario metalmeccanico), ancora abituato ai ritmi frenetici della grande azienda di automobili (non facciamo comunque pubblicità) nella quale ha lavorato per oltre trenta anni, si svolge con regolarità e precisione, anche se qualcuno sostiene di aver corso troppo. I Testonesi camminano sempre con i propri zaini affardellati sulle spalle, Maria Cristina e Vincenzo in genere spediscono le rispettive scarabattole con i taxi. Nonostante ciò restano spesso indietro sia per il ritmo degli altri sia per gustare opere d’arte e panorami.
Ognuno dei cinque partecipanti ha stilato il diario di una specifica tappa. Dario : Tui – Redondela
Tui – Redondela (30 chilometri) Dario è il cassiere del viaggio (per nomina) e P. R. (per vocazione); infatti riesce a parlare con chiunque gli capiti a tiro.E’ veloce come una saetta ad inizio tappa, ma sempre pronto a fermarsi per fotografare una ragnatela od una pozzanghera.Da solo rappresenta buona parte della colonna sonora del viaggio, alternando incoraggiamenti a burle. Naturalmente Maria Cristina, l’unica donna del gruppo, è il suo bersaglio principale.
Il cammino (camino), il viaggio rappresenta nell’immagine popolare l’allegoria della vita; lasci il tuo posto sicuro (la casa) e t’incammini verso quello che non conosci, con possibili difficoltà, fatiche, anche gioie, ma metti in gioco te stesso e le tue capacità e resistenze per raggiungere una méta. Oggi non è più così, un po’ perché si cammina molto meno e anche il viaggiare è diventato di tutti i giorni, per lavoro o per svago.
Redondela – Pontevedra (21 chilometri)
Maria Cristina, ex farmacista e pellegrina di poche parole, raggiunge sempre la meta con disarmante serenità.Con il suo look da signora in giro per la spesa, non ci azzecca molto con chi indossa solo capi di vestiario “tecnici” da trekking.Spesso resta indietro per osservare l’ambiente circostante, comperare il pane o cercare una toilette.
Si esce dall’albergue di Redondela. La struttura è bella, in una casa – torre del 1500. Si esce dal paese e subito c’è una salita abbastanza ripida. Si passa in mezzo a case linde e nuove, ma abbastanza anonime. In questi paesini non si notano case vecchie, però ci sono parecchi horreos, anche antichi. Forse, chi ha costruito le case nuove, ha buttato giù la vecchia, lasciando come ricordo questi tipici granai molto particolari. Ne vediamo moltissimi esempi. Si arriva alla statale N-550 all’altezza del bar Jumboli e ci dividiamo in due sottogruppi senza volerlo; tre sono forti camminatori, mentre gli altri due sono più lenti. Siamo in un bellissimo bosco in salita. Ci riuniamo dopo qualche chilometro e si scende verso Arcade (paese delle ostriche); si attraversa il ponte sul fiume Verduco, luogo di una sconfitta napoleonica, arrivando a Pontesampaio, che attraversiamo salendo una stretta e pronunciata erta acciottolata. Si sale ancora e poi, giunti in cima al colle, iniziamo la discesa verso la statale; dopo tre chilometri raggiungiamo scaglionati l’albergue di Pontevedra, dove finalmente deponiamo i pesantissimi zaini. Abbiamo visto una bella campagna: qui è già primavera. I giardini delle case sono tutti una fioritura di eccezionali camelie multicolori. Troviamo anche molti vigneti. I contadini stanno potando le viti, che legano con rametti gialli di salice. Ci riposiamo un poco nell’albergue e quindi usciamo per visitare Pontevedra, città con parecchi edifici antichi. Tra quelli che ci interessano maggiormente c’è il santuario della Madonna Pellegrina (diciottesimo secolo). Non possiamo vederne la facciata perché in restauro. L’interno è molto particolare, perché la pianta ha la forma di una conchiglia e sull’altare c’è un bellissimo retablo dorato con la statua della Madonna Pellegrina. Vicino a questa chiesa ce ne è un’altra anch’essa molto cara ai pellegrini: la chiesa conventuale di San Francesco (quattordicesimo secolo) con le caratteristiche proprie del gotico mendicante. Il tempo fino ad ora è stato buono; speriamo che venga sfatato il detto che descrive la Galizia come regione assai piovosa. (Difatti domani pioverà…). Si fa ancora un giro per Pontevedra per vedere il più possibile di questa graziosa e simpatica città. Consumiamo una rapida cena in un locale vicino all’albergue ed alle diciannove rientriamo perché l’hospitalero ha preteso così.
Giuseppe è il pellegrino di lungo corso, che ha inventato ed organizzato questo viaggio.Ha pensato proprio a tutto anche se un po’ troppo nella propria ottica: non ha mai fame, non si lamenta per la stanchezza, per la pioggia o per il freddo. Forse non tutti hanno la stessa interpretazione ascetica del pellegrinaggio.Nutre un amore viscerale per il proprio zaino: non se ne separa mai e se lo tiene ben affardellato anche dentro i negozi, sorbendo un caffé o visitando una chiesa.
Piove. E’ domenica e ci fermiamo nella chiesa di San Francisco per la messa. Dopo aver percorso il famoso ponte di Burgo, lasciamo la città. Purtroppo le indicazioni si perdono nei meandri della periferia e, per evitare problemi, ci avviamo lungo la N-550. Attraversiamo boschi di pini ed eucalipti. Le poche radure sono invase da giovani piante di mimosa. Non mancano gli alberi di agrumi, ma in genere si trovano nei giardini delle case. Alla fine di una lunga salita incontriamo, uno di fronte all’altro, un castagno circondato dai suoi ricci rinsecchiti ed un limone carico di bellissimi frutti. Vorremmo fermarci presso la famosa ed apprezzata fonte di San Amaro, ma piove e quindi cominciamo a scendere verso Caldas, dove già gli antichi Romani sfruttavano le acque termali. Attraversiamo vecchie vigne, i cui pali di sostegno sono monoliti di granito, che da queste parti è stato usato moltissimo. A Briallo ci sarebbe un piccolo albergue, ma ci rechiamo a Caldas de Reis dove prendiamo alloggio presso l’hotel O Cruceiro, abbastanza modico e gestito da persone simpatiche. Girando per il paese troviamo una fontana termale a disposizione di tutti. Persone da ricordare:
Caldas de Reis – Patron (21 chilometri)
Renzo, ex infermiere, è la persona meno strana del gruppo. Allegro e generoso, soccorre ognuno dei compagni nelle piccole necessità del cammino.Raccoglie, sistema nello zaino e trasporta le arance, che spesso costituiscono l’unico cibo disponibile.E’ da sempre compagno inseparabile di trekking di Dario. Di giorno ne sopporta l’irruenza e di notte si vendica, russando alla grande.
Sentì che era un punto al limite di un continente,
La partenza è fisata per le 8,30 del mattino. Lasciamo Caldas de Reis, una bellissima cittadina piena di giardini, con parchi ed una fonte naturale di benessere. La nebbia ci accompagna per circa tre ore, fino a quando non entriamo in un bosco di grossi eucalipti. Dopo diversi chilometri incrociamo vigneti a pergolato molto caratteristici, perché sorretti da pali in pietra. Tutto è molto affascinante ed il camminare permette di apprezzare e godere di ogni particolare. Sicuramente molto di più che con un qualunque mezzo a motore. Man mano ci lasciamo alle spalle i paesi di Bemil e san Miguel de Valga. Devo dire che , per me, il tratto più affascinante è quello relativo ad una pineta bruciata. La natura, apparentemente morta, nasconde in realtà un brulicare di nuova vita, forse ancora più bella e rigogliosa della precedente. Lungo il sentiero possiamo apprezzare un boschetto di giovani mimose fiorite: ne ricordo ancora il profumo intenso. Oltre alle distese di fiori, siamo accompagnati da un bellissimo sole. Nel primo pomeriggio, quasi improvvisamente, appare davanti a noi la nostra meta… Patron appunto.
Patron – Santiago di Compostella (22 chilometri)
Vincenzo è l’artista del gruppo.Sovraccarico di strumenti audiovisivi e di pubblicazioni culturali, prova solo per un giorno le gioie (poche) ed i dolori (molti) di camminare con lo zaino in spalla. Resta affascinato (quasi folgorato) dal fascino e dall’ebbrezza del Cammino. “Ma dove mi avete portato? Qui si corre sempre e NON SI MANGIA MAI!” Pure l’erba (crescione d’acqua) gli hanno propinato…
Si lascia Patron. Negli anni ottanta ho fatto diversi spettacoli di piazza il cui tema Io e Cristina rimaniamo indietro per due ottimi e buoni motivi: perché non abbiamo scelto di fare le corse (non ne saremmo comunque in grado) e soprattutto per vivere e memorizzare (per quello che comunque ci sarebbe possibile) il mondo che stiamo attraversando e vivendo. I nostri compagni (“veri corridori professionisti”)scompaiano alla nostra vista nei pressi di una centrale elettrica e come segnale scorgiamo sul muro le solite strisce gialle ma nessun segnastrada, “pietre miliari” del cammino con la conchiglia. Alla sommità ci viene incontro, minaccioso, un mostro meccanico addetto allo sbancamento del terreno. Si avvicina, fa un mezzo giro su se stesso e poi cambia direzione. Guardo nell'interno per capire la pericolosità, ed eventualmente la mostruosità, del “comandante” di quell’ordigno. Um …è solo un persona normale che non si cura affatto di noi. Un po’deluso, un po’ rassicurato. Proseguiamo, in discesa naturalmente…Ma?! Dove è andata a finire la strada?!?! Scendiamo! Da qualche parte ci sarà! Ci troviamo in una stretta strada asfaltata ma nessuna indicazione. E’ meglio chiedere. Una signora sbatteva dei panni a lato di un cortile. Urliamo per farci sentire. Mah chissà cosa è!?. Sarà galiziano?!. Comunque i gesti sono più eloquenti delle parole e torniamo indietro verso la strada in collina. Ma siamo sicuri? Cristina è la più dubbiosa. Animo attento, sensibile e timoroso vuole evitare commenti dagli altri componenti del gruppo. Ad un incrocio chiediamo di nuovo e ci confermano di proseguire su quella strada arzigogolata che non promette niente di buono. Si prosegue a serpente, avanti e indietro ma finalmente, fra pini e Ci concediamo una meritata e liberatoria sosta “idraulica”. Si prosegue su stretti sentieri, quasi spinose nuvole gialle, bellissime!!! Il sentiero finisce fra le strettissime pareti di due case. Una piccola strada asfaltata. Si va in su ed in giù …”Ma che razza di Cammino!” Comunque ogni Si salta fra una strada asfaltata, un ponte “strano”, un sottopassaggio dell’autostrada. Le persone che incontriamo adesso non hanno lo sguardo interessato, socievole e gentile che avevamo incontrato nell’attraversare le campagne. Mah… finalmente siamo a Santiago…Così ridevano! (Ricordo di riviste dirette ad un pubblico più che sempliciotto e un po’ stupidotto…) Si! Così si credeva! Siamo a Santiago?! Ma dové! Quando, prima del duemila, facevo le mie proposte di progetti sulla Francigena, agli Enti pubblici (ed a uno in particolare) mi veniva detto: Non capivo cosa voleva dire…(Era un modo per non dare finanziamenti data poi la permanente e aggravata ottusità. Ma, da illuso, l’ho capito dopo e troppo tardi… dopo averci rimesso tempo e soprattutto soldi). Questo fastidio, ma anche questa grande curiosità, mi aveva perseguitato con la voglia di visitare e conoscere questo luogo magico rimasto fermo e intatto, in tutto e per tutto, al medioevo. E così, cammina…cammina…non verso una lucina, piccina, piccina,lontana,lontana, verso una casettina, piccina, piccina, dove c’era una fatina piccina, piccina, che ti diceva dove vai bimbino ché il bosco è pericoloso pieno di lupi cattivi, vieni dentro a riscaldarti… Cammina, cammina sì! Altro ché! Che delusione! “Ma siamo a New York ?!” Grattacieli di vetro, case e case, salite e salite. “Altro che medioevo!” E dove è il famoso Santiago?! Un albergo “Del pellegrino” si ergeva violento sopra gli altri edifici. Mah…andiamo avanti…a piedi… passo dopo passo…sempre più a Cristina non può fare a meno del pane quotidiano, d’altra parte, lei occidentalmente religiosa (eliminerebbe qualsiasi orientale e chi li fa venire) ligia alla sua educazione sabauda-religiosa sa bene che il Padre Nostro è la preghiera che ci ha insegnato Gesù. Continuiamo a chiedere: “La cattedrale?” “Avanti” . “Sempre avanti” . Ma qui non si arriva mai! Poi, finalmente, fradicio di pioggia e stanco quanto basta, dopo aver ottenuto il via libera dal verde del semaforo, si entra nella parte storica. Finalmente! Si vedono le guglie della cattedrale e la mia voglia e di, finalmente, vedere ed entrare dalla facciata principale. Mettiamo finalmente l’ultimo timbro. Cristina ha due credenziali: anche quella di Lourdes… credo… Da piccoli ci facevano fare i “fioretti” , buone azioni che dovevamo registrare su un quadernino, con un disegno di un fiore…poi ci doveva essere un premio…non mi ricordo…ma forse il premio era la lode che ci veniva dagli adulti. Forse questi sono i fioretti degli adulti? Degli adulti adulti ? (Non diciamo vecchi…) Chi ce lo darà il premio? Non ci pensiamo… Poi finalmente verso la cattedrale. Infatti si entra di lato, pazienza…di lato si comincia a vedere quell’altare dorato, baroccamente, grossolanamente dorato, ultrasovraccarico di “angeloni” che sembrano parenti indiani di Brama, Shiva e Visnù, che reggono baldacchini sopra baldacchini con sopra…non riesco a vedere… Santiago che ammazza i mori! Il santo preferito da Cristina. L’ho scoperto qui in Spagna! Questa funzione ammazzatrice di mori di cui hanno investito Santiago. In quest’epoca di forzata convivenza con altre culture può diventare un po’ scomoda questa attribuzione, infatti in un altare di Santiago matamoros, i mori, con lo sguardo terrorizzato sono nascosti da fiori perennemente presenti e indifferenti allo sguardo minaccioso del santo. Il ciclo di vita del mistero della vita e delle creazioni della natura non può tener conto delle passioni e della volontà degli uomini. Si percorre la chiesa e ci dirigiamo verso la Porta della Gloria: Quante moltitudini! Quanta umanità! Quanta forza ! Quanta spiritualità! Quanta fede! Quanta speranza!
Come narrato da Vincenzo, il gruppo, nonostante la buona volontà di tutti, è giunto a Santiago spezzato in due tronconi. Probabilmente però questa conclusione è stata la più giusta. Gli sguardi di Maria Cristina e Vincenzo, grandi viaggiatori e cittadini del mondo, ma anche concreti fruitori dell’hic et nunc , e quelli dei Testonesi, eternamente fissi nell’orizzonte di un nuovo traguardo, non hanno mai visto le stesse cose pur guardando nella medesima direzione.
Testona, 12 marzo 2008. |












